Wednesday Dec 07, 2011

Se per caso vi fosse sfuggito...

Business Intelligence

Le sfide del “big data” management

Per un’azienda di qualunque dimensione, la quantità di dati da elaborare per gestire e potenziare il proprio business è in continua e costante ascesa. Le sfide connesse alla gestione dei cosiddetti “big data” coinvolge la memorizzazione di moltissimi file anche di grandi dimensioni, la creazione di archivi di lungo termine e l’accessibilità dei dati. Un primo articolo di Cio.com si sofferma sulla diffusione delle tecnologie analitiche per risolvere i nuovi problemi, raccontando gli approcci innovativi adottati da realtà quali la Biblioteca del Congresso americano, Nielsen, Mazda e Amazon. Si tratta di esperienze gestite in-house, con il supporto di fornitori e partner esterni, tese a ottimizzare l’elaborazione e l’integrazione dei dati di qualunque formato. Un secondo articolo, sempre di Cio.com, parla invece della possibilità di affrontare la sfida dei big data affidandosi ai servizi cloud, identificati con la sigla DaaS, ovvero Data-as-a-service. Questa soluzione consente alle aziende di accedere alle informazioni su base on-demand, come accade per le applicazioni oggi fruite in modalità software-as-a-service. Si tratta di un concetto ancora emergente, ma destinato a trovare sempre più spazio fra le realtà che necessitano di raccogliere e analizzare grandi quantità di dati per far funzionare meglio il business, fornire servizi ai clienti, identificare trend e aprire nuove opportunità.

La metodologia Agile si adatta alla Business Intelligence?

Le aziende che funzionano anche in tempi difficili come questo sono quelle veloci, ossia capaci di prevedere o reagire rapidamente ai mutamenti di scenario sui mercati. I manager hanno bisogno di visualizzazioni in tempo reale dei flussi di dati di loro interesse, per poter prendere velocemente ed efficacemente le decisioni importanti. L’It deve così adattare l’utilizzo della Business Intelligence alle nuove necessità, per produrre viste leggibili e reali, magari trascurando la classica reportistica. Di questo nuovo concetto di BI Agile, Data Manager ha parlato con Claudia Imhoff, presidente della società di consulenza Intelligent Solutions, che evidenzia come oggi il concetto di “facile” uso della BI sia superato e occorra pensare alla consumabilità. Non si tratta più, in sostanza, di saper manipolare grandi quantità di dati, bensì di come integrare ciò che la BI produce nei flussi di lavoro aziendali.

Come migliorare la comprensione del comportamento dei consumatori

Le relazioni con i clienti stanno evolvendo per accogliere ed elaborare ciò che deriva dalla diffusione dei social media, dell’e-commerce e dei dispositivi mobili. Le decisioni d’acquisto maturano spesso qui e di conseguenza aumenta la mole di dati sui comportamenti dei consumatori che vanno analizzati soprattutto da chi opera in una logica retail. Un articolo pubblicato su Multichannel Merchant illustra alcune tattiche che fanno leva sulla Business Intelligence per capire in profondità le azioni dei clienti. La creazione di comunità online è un primo passo, ma occorre anche combinare efficacemente i dati ottenuti dai classici sistemi gestionali o dai social media in modo da creare un quadro completo sulla clientela di riferimento. Per misurare la concreta efficacia delle campagna marketing, occorre sfruttare la flessibilità della BI per creare i report più efficaci e utilizzabili per prevedere, oltre che per reagire.

La BI di Oracle nel mondo reale

Nella messe di contenuti emersi dal recente Oracle OpenWorld, oltre ai numerosi annunci sono da segnalare anche le presentazioni di casi applicativi di successo, spesso raccontati dagli utenti direttamente interessati. EnterpriseAppsToday ne ha enucleati un paio nell’ambito delle applicazioni di Business Intelligence e CRM. In questo spazio segnaliamo il primo, riferito a Brocade, specialista di storage, che ha gestito con diversi prodotti Oracle (non solo BI, ma anche Master Data Management, Identity Management e SOA) l’integrazione con Foundry Networks, a seguito dell’acquisizione avvenuta un paio d’anni fa. Uno dei problemi da risolvere era l’isolamento delle applicazioni BI dal business operativo. I team di supporto, servizi finanziari e vendita di Foundry usavano la Bi, ma i manager non erano in grado di correlare i dati e quindi si trovavano a gestire un grande numero di fogli Excel. Il passaggio a un concetto di “Enterprise Intelligence”, applicato attraverso l’implementazione di Oracle OBIEE sta avvenendo in modo graduale.

Cloud Computing

Si avvicina l’era del cloud database

Secondo l’esperto di cloud computing David Linthicum, il 2013 potrebbe essere l’anno della consacrazione per le offerte di database in versione cloud. Al momento, è ancora piuttosto bassa la quantità di dati portata su cloud pubbliche, ma l’autore dell’articolo pubblicato su Infoworld porta due ragioni a sostegno della propria previsione temporale. La prima è la complessità nell’organizzazione dei dati oggi presente nella maggioranza delle aziende. Lo sviluppo negli anni è avvenuto per motivi legati all’utilizzo di specifiche applicazioni o per necessità tattiche, creando così molteplici silos difficili da integrare. La migrazione sul cloud abbassa proprio i costi necessari per creare una visualizzazione comune delle informazioni di business. Il secondo fattore di spinta è rappresentato dalle prestazioni. Molte query avrebbero bisogno di tempi di risposta nell’ordine dei minuti e invece ci vogliono ore. Se correttamente ingegnerizzati, i database cloud offrono performance migliori, poiché possono attivare le istanze di processore necessarie per completare rapidamente l’elaborazione sul database.

Il successo del cloud computing può avere effetti sull’occupazione It?

L’effetto del cloud sarà dirompente per le imprese, la tecnologia e il modo di gestire il business. Ma Larry Dignan, nel blog che tiene su ZdNet, si spinge a dire che l’onda investirà anche la forza lavoro oggi occupata nell’It. L’argomento non è in sé troppo nuovo: già nell’era della prima informatizzazione si era diffusa la convinzione che l’automazione avrebbe generato significative perdite di posti di lavoro. In realtà, la pessima finanza ha prodotto risultati ben peggiori, ma la convinzione luddista è dura a morire. Così, l’autore dell’articolo si spinge a dire che, oltre ai server, anche gli individui, in prospettiva, potrebbero essere virtualizzati. Anche qualche analista di Gartner, citato nel testo, la pensa allo stesso modo. L’It è destinata a diventare utility, i processi di business verranno esternalizzati al software e la virtualizzazione dei data center richiederà sempr meno impiego d personale per la manutenzione. Dignan però si smarca dal negativismo assoluto, ipotizzando al 2020 uno scenario nel quale lo spostamento soprattutto verso cloud private o ibride non causerà perdite di posti di lavoro così significative, macchine e componenti umane continueranno a convivere, anche se ci saranno certamente meno asset fisici e aree come i call center totalmente automatizzate.

Diffidenze e paure che ancora frenano la spinta verso le private cloud

C’è una certa concordanza sulla visione di un futuro nel quale le aziende avranno data center gestiti una logica di cloud ibrida, che consentirà all’It di spostare carichi di lavoro dall’infrastruttura interna a quella pubblica nei periodi critici. Nell’immediato, però, ancora prevalgono i timori che il cloud computing possa stravolgere eccessivamente le pratiche consolidate e che i costi non siano quell’elemento vantaggioso che molti vorrebbero far credere. SearchCloudComputing.com avanza qualche problematica più specifica. Alla maggior flessibilità nell’erogazione dei servizi, infatti, corrisponde la necessità di una connettività efficace per far sì che il rapporto fra data center e cloud provider sia efficiente e non degradato. Il tema della sicurezza, poi, va affrontato per le specificità che pone nelle differenti modalità di fruizione. Il modello ibrido, per esempio, pone particolari sfide nell’accesso ai dati. In un altro articolo sullo stesso portale, si espongono alcuni argomenti utili a correggere le attitudini dell’It verso le private cloud. In particolare, lo spostamento di applicazioni legacy verso il cloud porta con sé mutamenti non solo nella gestione ordinaria dell’It ma anche nel disegno stesso delle applicazioni. La possibilità di eliminare i silos ancora presenti è il punto di partenza sul quale costruire una strategia che integri, almeno inizialmente, cloud private e ibride con la gestione tradizionale. Information Week, infine, analizza quali vincoli ancora esistano alla costruzione di cloud private con le attuali tecnologie disponibili. Sugli standard va fatto ancora un bel po’ di lavoro, per agevolare un processo d’acquisto più convinto. In prospettiva, la migrazione non deve essere costruita sulla sola convinzione che si useranno meno server, ma che tutto il flusso di lavoro dell’azienda potrà cambiare in meglio.

Le implicazioni dell’acquisizione di RightNow

Uno degli eventi salienti in casa Oracle dell’ultimo mese è l’intenzione di acquisire RightNow, specialista di applicazioni Crm e di customer service distribuite in modalità SaaS. Al di là dei dati informativi dell’operazione (da circa 1,5 miliardi di dollari), reperibili un po’ ovunque sul Web, segnaliamo qui un paio di articoli di riflessione, entrambi presi dal sito SeekingAlpha. Il primo firmato dall’analista di Idc Michael Fauscette, sottolinea come l’acquisizione potrebbe segnare un cambiamento nella strategia di espansione di Oracle. L’autore rileva come l’offerta Public Cloud era stata fin qui costruita solo su tecnologie già esistenti in casa Oracle, ivi inclusa Fusion Applications, mentre ora si palesa un approccio più aggressivo sul fronte SaaS e cloud. NetSuite, in quest’ottica, potrebbe essere il prossimo bersaglio di un’acquisizione. Il secondo articolo, firmato da Bill Maurer, ha un taglio maggiormente finanziario, sottolinea come non sia un’operazione destinata a incidere particolarmente sui numeri di Oracle, anzi pone l’accento sul fatto che, a differenza di Apple, la strategia di espansione di Oracle sia avvenuta soprattutto attraverso acquisizioni, senza effetti negativi sulla quotazione in Borsa e con un consolidamento nella posizione delle top 500 di Standard’s & Poor.

Sicurezza

La sicurezza fisica conta, anche nel virtuale

Nella lista della Cloud Security Alliance dedicata alla principali minacce per il cloud computing, al posto numero tre troviamo le “intrusioni malevole”. Questo è un elemento utile per ricordarci che i temi legati alla sicurezza fisica non diventano secondari quando si va a considerare un fornitore di servizi cloud. Da questa considerazione muove l’articolo di ComputerWorld per evidenziare come il data center di un cloud provider sia un repository di informazioni preziose per gli hacker. Tra gli elementi da analizzare prima di una scelta, si segnalano la presenza di policy di sicurezza, una corretta allocazione degli accessi fisici ai sistemi, la standardizzazione di una procedura atta a verificare chi abbia avuto accesso a dati e infrastrutture, una distribuzione dei task non esclusiva sulle proprie risorse, un controllo attento sulle policy di eventuali terze parti che collaborino con il provider.

Come navigare in modo sicuro all’interno dell’impresa

È cosa assodata che Internet non sia in sé un luogo sicuro. Qualunque navigatore, soprattutto se proviene dall’interno di un’azienda, può essere preda di hacker pronti a catturarli con le proprie trappole tecnologiche. Cio.com ha pubblicato un decalogo di consigli per rendere maggiormente sicura la navigazione con browser quando si è nel perimetro operativo di un’azienda. La gestione delle patch, per cominciare, deve essere gestita in modo olistico, non limitandosi ad aggiornare i sistemi operativi, ma anche applicazioni Web come Flash, Quicktime e Java. Poi, l’amministratore deve poter controllare centralmente la configurazione del browser (Internet Explorer ne ha quasi 1.500 possibili). Tra gli accorgimenti da implementare, vengono citati un proxy di filtering con scansione del malware, una difesa anti-malware evoluta, un livello di autenticazione a due fasi. Inoltre, si raccomanda di prestare attenzione all’uso dei dispositivi mobili, di fare frequenti training ai dipendenti, di usare con parsimonia i privilegi, di avere procedure precise e di pensare alla protezione in senso più ampio.

Una roadmap da seguire si si evolve verso il cloud

Per disporre di un compendio semplice e completo delle problematiche di sicurezza da affrontare quando si evolve verso il cloud, può essere utile usare fonti di informazione non propriamente tecniche. FinAlternatives è un sito dedicato al mondo finanziario, che ha pubblicato una lista di considerazioni e raccomandazioni legate alla sicurezza. Si parte dalle principali minacce che afferiscono le infrastrutture e i servizi applicativi, così come le ha catalogate la Cloud Security Alliance. Non si trascurano elementi che derivano dalla classica sicurezza fisica, che vanno fusi con quelli più direttamente connessi alla virtualizzazione. Infine, viene proposta un’utile lista di domande da porre al proprio fornitore di servizi cloud.

La crescita degli smart phone genera preoccupazioni per la sicurezza aziendale

Oracle ha di recente realizzato una ricerca su 3.000 utenti di smart phone a livello mondiale, ottenendo un po’ di conferme a tesi e supposizioni avanzate dal mondo dell’industria e dai media. Il 68% del campione esaminato non ritiene che le informazioni memorizzate o trasmesse con questi dispositivi siano sicure. C’è molta diffidenza sull’acquisto online di prodotti in-store via smart phone (solo il 6% lo ha fatto, ma molti esercizi non accettano questa modalità). Meno preoccupazione c’è sulla geolocalizzazione, ritenuta più utile che legata a problemi di privacy. Su Thrupoint, si rileva anche che molti utenti pensano di rimpiazzare dispositivi di altra natura (lettori musicali, navigatori satellitari o videocamere) con smart phone nel prossimo futuro.

Virtualizzazione

Una guida alla virtualizzazione enterprise

Attraverso una collezione di articoli originali o già pubblicati nel recente passato, SearchCio.com offre una vero e proprio manuale operativo per affrontare un processo di virtualizzazione all’interno dell’impresa. Si parte dalla gestione di una strategia di virtualizzazione enterprise, si offrono contributi e testimonianze anche in formato video, si affrontano aspetti più specifici come il monitoraggio di un ambiente virtuale o il lavoro da fare sui desktop, per arrivare a una chiara definizione di alcuni termini-chiave e alla trattazione di aspetti pratici, primo fra tutti quello del disaster recovery. La preparazione dei Cio può essere teatata con un apposito quiz.

Virtualizzazione e applicazioni native a confronto

Fra i processi di virtualizzazione fin qui portati a compimento, diversi si sono fermati allo stadio di ciò che appare più semplice virtualizzare, ovvero alle applicazioni utilizzate solo da pezzi dell’azienda. Gli esperti stimano che mediamente dal 20 al 40% del parco applicativo di un’impresa sia stato virtualizzato. Molti si sono fermati prima di arrivare a componenti critiche, come i server di posta o i database transazionali. Forrester fa notare come la maggior parte delle applicazioni oggi può funzionare bene in un ambiente virtuale, anche se non tutto può essere sottoposto a quest’operazione. Un campo dove occorre trovare il giusto mix è quello della desktop virtualization. Un articolo di Cio.com analizza alcuni aspetti critici di questi progetti, fornendo indicaziono su come trovare il giusto equilibrio fra applicazioni native e virtualizzate.

Come sta evolvendo l’end-user computing

Uscendo per una volta dal seminato dei tecnicismi, proponiamo il contributo che abbiamo trovato sul blog di un misterioso personaggio italiano che si fa chiamare Ustorio. L’autore parte dallo stop ufficiale annunciato da Microsoft per il supporto a Windows Xp (aprile 2014), per dissertare sulle possibili opzioni legate all’evoluzione dell’end-user computing, comparando le attuali abitudini a quelle che nasceranno dalla crescente diffusione della virtualizzazione e del cloud computing. L’analisi è accurata e consapevole, tanto da analizzare come è composto oggi il budget medio delle imprese, definire il rapporto fra business e utenti e identificare quale possa essere il punto di arrivo di una possibile evoluzione. Segue una proposta in fasi del processo che dalla revisione delle applicazioni attuali dovrebbe portare all’abbandono dei desktop.

Solaris 11, un sistema operativo tutto virtualizzato

È da poco disponibile Oracle Solaris 11, il primo sistema operativo totalmente virtualizzato e pensato per il cloud computing. L’ambiente è stato progettato per rispondere ai requisiti di sicurezza, prestazioni e scalabilità tipici delle implementazioni cloud. Le funzionalità di virtualizzazione sono integrate non solo per le risorse di sistema, ma anche per lo storage e la rete. Con Oracle Solaris Zones, la virtualizzazione può scalare fino a centinaia di zone per nodo fisico con overhead di quindici volte inferiore rispetto a VmWare e senza limiti artificiali per le risorse di memoria, rete, Cpu e storage. Queste e altre caratteristiche sono analizzate anche in un articolo pubblicato su The Register, nel quale si spiega come il progetto fosse nato già in casa Sun, prima dell’acquisizione, ma ha subito una dilazione nel rilascio dovuto alla volontà di Oracle di integrare meglio i processori Sparc, il sistema operativo Solaris e lo stack Oracle di database, middleware e software applicativo.

SOA

C’è sempre l’architettura alla base delle evoluzioni nei data center

Sul suo blog ospitato su ZdNet, Joe Mckendrick ha ripubblicato un testo già uscito nel 2009, minimamente aggiornato, solo per rilevare come in due anni ci siano cose che non sono cambiate quasi per niente. In particolare, alla base del testo c’è la tesi che per avere successo nell’implementazione dei servizi cloud occorre far leva sulla Soa. Non c’è conflitto, insomma, fra queste due evoluzioni dell’It, anzi. La chiave del successo è la focalizzazione sull’architettura aziendale. Le formazioni di nuvole richiedono la stessa architettura e governance (che comprende tecnologia, persone e processi) che le aziende stanno utilizzando per gestire la Soa. Gli aspetti di disaccoppiamento tipici delle architetture a servizi sono un importante ingrediente per le implementazioni cloud, dove è opportuno che applicazioni, processi e dati siano abbastanza indipendenti. Cio.com va oltre questo ragionamento, identificando nelle PaaS (Platform-as-a-Service) private il terreno di convergenza fra cloud computing e architetture enterprise. Con PaaS si definisce lo strato software che tipicamente lega risorse connesse in rete, incluse le istanze Os, quelle database server e quelle Web server, oltre che i bilanciatori di carico. La prossima era dell’It enteprise passa per la convergenza di questi aspetti.

La service oriented architecture può risolvere i problemi legati alle applicazioni legacy

In una fase storica dell’It caratterizzata dal motto “fare di più con meno”, i Cio devono trovare il modo per trarre il meglio da sistemi legacy che però sono spesso antichi, chiusi in silos e costosi da mantenere, massimizzando gli investimenti It pur avvicinandosi all’erogazione di servizi integrati. La Soa può essere una soluzione ideale per risparmiare tempo e denaro. L’articolo pubblicato su Government Technology è concentrato su un settore specifico (le agenzie di servizi per le risorse umane), ma i concetti esposti si attagliano ad altre realtà e contesti aziendali. Le riflessioni sono particolarmente adatte alla Pubblica Amministrazione, essendo basate sull’esperienza dell’Agenzia di Human Services del Vermont. Lì lavorano tutt’oggi sistemi legacy vecchi di trent’anni, con scarse possibilità d generare condivisione di informazioni fra diversi dipartimenti. Fra i benefici riscontrati dall’Agenzia nell’utilizzo dell’approccio Soa per la gestione della propria infrastruttura It, si sottolineano la riusabilità dei componenti, la facilità di gestione e i risparmi sui costi.

Un’opportunità per specialisti Oracle Soa

Una volta tanto non parliamo di teoria o pratica applicativa, bensì di un’opportunità concreta per le realtà con competenze specifiche sulle tecnologie Oracle Soa/Bpel, Designer Forms Generator, Reports e Rdbms. Il Sole 24Ore ha pubblicato un articolo nel quale si segnala che il Centro Comune di Ricerca Ue sta cercando assistenza informatica sia in sede che fuori sede per l’applicazione Jipsy e i relativi sistemi di gestione finanziaria. C’è un budget disponibile importante (5 milioni di euro) e la proposta di un accordo quadro della durata di quattro anni. Il termine per il ricevimento delle offerte è il 19 dicembre prossimo.

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